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Il rapporto fra il cinema
italiano e la resistenza è sempre stato forte e profondo; robusto al punto
che,per un lungo periodo, in una parte pubblico l’idea di questo tipo di
film ha coinciso con quella del neorealismo. Quest’ identificazione, tutt’altro
che priva di significati , anche profondi, ha alle origini motivi
ricollegabili sia alla sorte del paese, sia ad alcuni grandi film
realizzati nell’immediato dopoguerra. Infatti, in nessun’altra nazione
europea ad eccezione della ex-Iugoslavia,la lotta armata antifascista ha
assunto un respiro e ha stabilito radici popolari così profonde quanto in
Italia. Non in Germania ove il fenomeno resistenziale è stato un fatto
d’èlite, non in Francia ove seppur su scala molto ampia ha conservato
sempre un carattere militar- patriottico, non nei paesi del
Centro Europa ove vari elementi della propraganda nazifascista, prima fra
tutti l’antisemitismo, trovarono terreno fecondo anche in parte dai ceti
popolari.Tutto questo ha fortemente influenzato sia gli autori sia una
parte del pubblico, quantitativamente minoritaria, ma qualitativamente
determinante per la formazione della cultura complessiva del paese.Del
resto le condizioni materiali d’Italia di quegli anni, con le ferite della
guerra ancora aperte, facilitarono l’identificazione fra cinema
resistenziale e realtà quotidiana. Questo spiega come alcune delle opere
che hanno fatto grande quella stagione del nostro cinema, siano diventate,
con il passare del tempo, veri e propri documenti sociali e politici. Ciò
è vero per testi di grande respiro, primo fra tutti “Roma città aperta”
(1945) di Roberto Rossellini, ma anche film abitualmente meno citati come
“O sole mio”(1645) di Giacomo Gentilomo, “Il sole sorge ancora” (1946) di
Aldo Vergano, “Achtung! "Banditi”(1951) di Carlo Lizzani e molti altri,
forse artisticamente non del tutto riusciti, ma significativi di un
settore comune che per lungo tempo fu tutt’uno col fare cinema. Dopo
questa prima fase ci fu, a partire dall’offensiva andreottiana tesa a far
sì che “i panni sporchi” fossero lavati in famiglia, un lungo periodo di
silenzio durato sino alla svolta degli anni sessanta. In quel
momento,ancora una volta in sintonia con gli umori che si agitavano nel
paese, il cinema italiano riscopre la Resistenza.Il fatto avviene in
significativa coincidenza con la sollevazione popolare che accompagna il
tentativo - allora abortito! - di rimettere in gioco i neofascisti del
MSI facendoli partecipare come puntello determinante al Governo Tambroni;
E’ un “secondo tempo” che segna un approccio più dialettico ai fatti.
Cadono i toni meccanicamente esaltativi e roboanti e lo sguardo dei
registi si addentra in osservazioni più sfaccettate, in analisi meno
schematiche. Nascono film come il “Il Generale Della Rovere”(1959) di
Roberto Rossellini non a caso tratto da un racconto di Indro Montanelli,
che ha al centro Giovanni Bertone un imbroglione e un profittatore di
guerra che, davanti alla brutalita’ nazista ritrova una sussulto di
dignità e di umana grandezza. Simile la prospettiva che sarà adottata da
altri registi come Dino Risi (”Una vita difficile”, 1961), Nanni Loy (Un
giorno da leoni”, 1961),
Giuliano Montaldo (“Tiro al piccione”, 1961), Luciano Salce (“Il
federale”, 1961), Gianfranco De Bosio (“Il terrorista”, 1963). Vanno
ricordati in modo particolare, i lavori di Giuliano Montaldo e Luciano
Salce che, per primi, ebbero il coraggio di guardare oltre la barricata,
portare in primo piano coloro che avevano aderito alla Repubblica di Salò
per sbandamento o imbecillità. Fra queste opere un posto particolare lo
occupa “La ragazza di Bube” diretto nel 1963 da Luigi Comencini sulla
falsariga dell’omonimo romanzo di Carlo Cassola. All’epoca il film fu
duramente attaccato dalla critica militante scottata dalla “delusione di
Cassola” e il “qualunquismo di Comencini”. Rivista oggi, quest’opera è di
tutt’altro spessore e lo smarrimento che trascina Bube dalla lotta
partigiana al crimine in tempo di pace, appare il segno di uno sbandamento
generazionale che va ben oltre il puro dato sociale o politico. L’ex-
partigiano appare il naufrago di una stagione dominata dalla violenza e
che non sa adattarsi al ritorno alla ragione. Perciò bene ha fatto Bruno
Rinaldi a dedicare una delle sue acqueforti a quest’opera quasi
dimenticata e, in quegli anni, oggetto di discussioni e furiosi attacchi;
e che questa scelta poggi su una solida comprensione del valore di quell’opera
lo dimostra proprio lo stile e la qualità del lavoro grafico con il
manifesto del film coronato da oggetti diversi, quasi visione di una
vetrina o squarcio di una angolo di solaio in cui sono state riposte cose
che credevamo inutili e che oggi ci ritornano fra le mani ricche di
valore. Vi è, poi, un’altra fase del rapporto fra cinema e Resistenza, un
“terzo tempo” che coincide con gli anni più cupi del terrorismo, quanto
vengono realizzati alcuni film – non molti in verità, ma di grande
interesse – che ruotano attorno al tema della “resistenza tradita” quale
causa remota, ma pesante dell’esplodere della violenza brigatista. Titoli
come “Uomini contro”(1980) di Valentino Orsini o, pur in un quadro molto
particolare, “Maledetti vi amerò”(1980) di Marco Tullio Giordana e “La
festa perduta” di Pier Giuseppe Murgia, fanno parte di questo discorso. Se
ci guardiamo indietro ci accorgiamo che il rapporto fra cinema e
resistenza, assume valore non solo e non tanto in quanto dato storico, ma
come nucleo di valori comuni a una generazione o a parte di essa, un
identico senso morale, verrebbe da dire parafrasando la definizione data
da Roberto Rossellini del neorealismo. Un corone sottile e tenace che
qualche volta sembra scomparire perdersi nelle nebbie e nel frastuono dei
tempi, per poi riapparire ricco di nuove potenzialità, di altre proposte
di sguardo. C’è qualcuno disposto a giurare che fra non molto il
“berlusconfinismo” non partorirà una nuova voglia di visite, anche
cinematografica, alla Resistenza?
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